La presentazione dello Human Technopole. In programma una campagna nazionale di screening su 7 mila persone l’anno. Renzi: «I soldi ci sono, basta essere rinunciatari»

L’albero della vita

MILANO  L’uomo «del fare» la riassume così: «Tre mesi fa era un sogno, oggi un progetto e fra tre mesi sarà un cantiere». Dopo l’Expo Matteo Renzi (ri)lancia Human Technopole, il centro di ricerca che sarà eredita di Expo e che ha l’ambizione, come spiega anche il ministro Maurizio Martina, «di fare di Milano la capitale della ricerca italiana e dell’Italia la nazione leader mondiale nel settore delle scienze per la vita».

«Abbiamo i talenti migliori»

Il premier lo aveva annunciato tre mesi fa, sempre al Piccolo Teatro: «La reazione era stato qualche boh, qualche mah e qualche buu», ricorda. Ci si era impegnati a presentare, entro tre mesi, un progetto più articolato e la scadenza è stata rispettata: stesso palco, stessa platea di allora, Renzi ribadisce che «Milano ha la responsabilità morale di cambiare l’Italia» e si sbilancia parecchio annunciando che «i soldi sono pronti, ci sono le autorizzazioni, il progetto ha i talenti e le energie migliori. Basta con questo atteggiamento remissivo e rinunciatario». Di cosa stiamo parlando? Human Technopole, inizialmente affidato allo Iit di Genova che poi si è avvalso delle eccellenze già esistenti a Milano e in Lombardia, a partire dal coordinamento delle Università Statale, Bicocca e Politecnico, saranno sette centri di ricerca (per ora guidati da esperti del settore come il nanotecnologo Guglielmo Lanzani, il professor Pier Giuseppe Pelicci dello Ieo, Stefano Gustincich per la genetica) sui temi della salute, della genetica, delle nanotecnologie, dell’invecchiamento. Roberto Cingolani, direttore dell’Iit, mostra grafici e sciorina numeri: le strutture occuperanno oltre 30 mila metri quadrati dei terreni di Expo. Certo, va costruito un contesto intorno per evitare l’effetto «cattedrale nel deserto» evocato dal rettore della Statale Gianluca Vago. E proprio Cingolani anticipa che si stanno già stringendo accordi con multinazionali e soggetti che sono interessati a partecipare all’avventura. «Non sarà un single institute show — ribadisce — perché nessuno può fare da solo questa impresa». Molte collaborazioni, insomma, per un progetto che prevederà tra l’altro anche una campagna nazionale di screening su circa 7 mila persone all’anno, studi per terapie personalizzate e farmaci intelligenti, un approfondimento del tema del cibo legato al miglioramento della qualità della vita. E se inizialmente arriveranno qui una novantina di persone, scelte con concorso internazionale, a regime ci saranno 1.500 studiosi impegnati su oltre 200 progetti.

Le reazioni

I commenti sono tutti positivi. Soprattutto perché, tre mesi fa, le istituzioni avevano un po’ subìto una decisione calata dall’alto. Il sindaco Giuliano Pisapia plaude al lavoro di squadra: «In questi mesi tutti i soggetti interessati nel post Expo hanno lavorato insieme per trovare le soluzioni migliori. È ora necessario proseguire su questa strada». Così il governatore Roberto Maroni, che per primo aveva chiesto il coinvolgimento di chi già da anni lavora a Milano e ad altissimo livello su questi temi (gli atenei, i centri di ricerca, le imprese): «Il governo ha ascoltato le nostre richieste, quindi va bene. Soprattutto sembra che ci siano anche le risorse economiche. Vedremo lunedì all’assemblea di Arexpo (società proprietaria dei terreni, ndr) cosa riusciremo a fare». il presidente della Camera di commercio, Carlo Sangalli sottolinea che «un grande polo dell’innovazione e della ricerca ha capacità di attrarre investimenti anche internazionali con ricadute importantissime per il nostro sistema imprenditoriale». Le ultime richieste arrivano da Cingolani: «Servono una legge di finanziamento stabile, tempi certi per la logistica e un masterplan complessivo per l’area Expo». Renzi annuisce e si prende un altro impegno: «Ci vediamo fra tre mesi sui terreni dell’esposizione. Ci sarà giàquesto cantiere».

Expo, un anno dopo: il futuro dell’area

tratto da  Corriere della Sera

Dove c’era la foresta austriaca, vedremo campi da basket e spazi per il fitness. Al posto dei silos della Svizzera, un’area relax con sabbia e cabine a ricordare il mare che Milano non ha. Sparito l’orto verticale di Israele, nascerà lo spazio per i pic-nic delle famiglie e per i giochi dei bambini. E dove svettava il padiglione della Germania, verrà realizzata la prima area dedicata ai cani e a tutte le loro attività. A un anno di distanza dall’apertura di Expo 2015, procedono i lavori per lo smontaggio dei padiglioni. Per il giorno del «primo compleanno», Regione Lombardia ha organizzato una cerimonia ristretta a inviti: 500 persone verranno radunate nella zona di Palazzo Italia. Dopo il saluto del governatore Roberto Maroni e del sovrintendente Alexander Pereira, l’Accademia del Teatro alla Scala terrà un concerto e alla fine uno spettacolo di fuochi d’artificio avvolgerà l’Albero della Vita.Torna, così, a rianimarsi il mega spazio che per sei mesi – dal primo maggio al 31 ottobre 2015 – ha visto miscelarsi culture e tradizioni di tutto il mondo. Quello del giorno della Festa dei lavoratori è l’evento per i festeggiamenti a un anno dall’apertura. Nella foto (servizio di Paolo Foschini) il Decumano visto dall’alto.

Infine qui sotto è possibile vedere attraverso l’ infografica, il possibile piano di sviluppo futuro.

«La Scala all’Expo con un nuovo teatro, museo e laboratori»

Il sovrintendente Pereira: il sogno sarà realtà La Nona di Beethoven tra i padiglioni il 9 luglio

tratto da: Corriere della Sera

 

La Nona di Beethoven il 9 luglio all’Open Theatre dell’Expo, col coro e l’orchestra della Scala: e va bene, questo è già deciso e si farà. Ma la scommessa vera è molto più grande. «Vorremmo portare all’Expo magazzini e laboratori della Scala. Costruire là le nostre scenografie. E realizzare un grande centro culturale, con un museo importante. E un teatro dove fare tanti, ma tanti concerti con i ragazzi dell’Accademia: ve lo immaginate cosa può venir fuori, quanta energia e bellezza, quando e se veramente i principaliabitanti di quell’area saranno migliaia di studenti universitari, giovani inventori di startup, sportivi, studiosi, e insieme con loro gli artisti dell’Accademia della Scala?». Ecco: il sovrintendente Alexander Pereira, che già è uno sanguigno di suo, si infiamma solo a dirlo. «Ma non vuole essere un sogno», dice: «È un’idea molto forte per quanto ancora all’inizio. Però c’è. Stiamo già pensando da tempo a un progetto. E faremo di tutto per trasformarlo in realtà».

È forse l’annuncio che calza meglio al termine di una serata partita quasi di malavoglia — tra inviti non fatti o telefonati all’ultimo, un bel po’ di assenti, un freddo che meno male c’erano i plaid per il pubblico (quegli stessi bianchi dell’Expo, ora col logo della Regione e basta) — ma in fin dei conti chiusa in gloria grazie proprio alla musica e ai fuochi d’artificio che per un attimo hanno risuscitato l’Albero della Vita sulla cavalcata del Guglielmo Tell: suonata appunto — benissimo, come tutto il concerto — dai ragazzi dell’Accademia.

Per il resto la serata anniversaria del Primo Maggio, organizzata dalla Regione in memoria dell’Expo, ha lasciato ben capire che il suo scopo era più che altro quello di seppellire l’Expo una volta per tutte e «ripartire — parole ripetute ieri dal governatore Roberto Maroni — nel segno della discontinuità». In prima fila, di tutti quelli che l’Expo l’avevano fatta, praticamente c’è solo l’adesso candidato sindaco Bebbe Sala invitato in extremis alla vigilia. Giusto perché non si poteva farne a meno e per evitare la gaffe. Vuota la sedia di Diana Bracco per il Padiglione Italia, non invitato il ministro Maurizio Martina che pure all’Expo ci aveva praticamente vissuto sei mesi, non invitato (e rimasto male è dir poco) Davide Rampello che pure aveva inventato da zero il Padiglione Zero, assente il sindaco Giuliano Pisapia che una volta annusata l’aria ha deciso che non valeva la pena.

In tutto questo, e indifferente a tutto questo, Pereira guarda l’area dell’Expo che fu e racconta quel che vede dalla sua prospettiva: «Intanto il concerto del 9 luglio, che per noi è molto importante perché è il segno di una presenza qui che la Scala vuole coltivare e sviluppare. Infatti lo dirigerà Myung-Whun Chung, reduce da un successo strepitoso appena avuto da noi in Teatro con la Quinta di Mahler». Ma poi c’è tutto il resto.

Spiega: «Lo spazio Ansaldo dove attualmente abbiamo i nostri laboratori e magazzini non ci basta più. E muoversi dietro via Bergognone con i camion dei materiali per le scenografie è diventato impossibile. Ci servono almeno 75mila metri quadri ben collegati, comodi, serviti. E l’area dell’Expo, dove di metri quadri ce n’è un milione, sarebbe perfetta. Il Comune, proprietario dello spazio in cui ora ci troviamo, potrebbe venderlo e reinvestire in meglio». Continua: «Abbiamo già avviato uno studio con il Politecnico per razionalizzare la realizzazione di scenografie che sono sempre più imponenti e tecnologiche, oltre che la loro gestione logistica con un sistema di container: anche su questo gli spazi dell’ex Expo sarebbero ideali». Ma soprattutto l’arte viva: «Penso a un teatro, come ho detto, in cui far esibire i giovani dell’Accademia. Penso a un grande centro culturale che non solo dia vita a un museo ma collabori con altre istituzioni importanti. Come sovrintendente del Teatro alla Scala — conclude Pereira — è un progetto in cui credo e che vorrei si realizzasse».